MAGGIO 2018

Abbiamo diritto di credere a tutto quello che vogliamo? Gli ignoranti più ostinati reclamano spesso questa ipotetica prerogativa come ultima risorsa. Così come tutte le persone messe all’angolo da prove e argomentazioni sempre più numerose. “Credo che il cambiamento climatico sia una farsa. Non mi importa di quello che dice la gente, ho il diritto di crederlo!” Ma esiste sul serio un diritto simile?

Riconosciamo il diritto di conoscere certe cose. Ho il diritto di essere informato sulle condizioni del mio impiego, sulla diagnosi medica dei miei malanni, sui voti che ho ottenuto a scuola, di sapere il nome di chi mi accusa e di chi mi ritiene colpevole, e così via. Ma credere a qualcosa non equivale a sapere qualcosa.

Si tratta di un verbo causativo: credere, infatti, significa reputare vero. Sarebbe assurdo, come ha osservato il filosofo analitico G. E. Moore negli anni Quaranta, dire: “Sta piovendo, ma non credo che stia piovendo”. Le convinzioni aspirano alla verità, ma non la implicano necessariamente. Le convinzioni possono essere false, non suffragate da prove o da considerazioni razionali. Possono anche essere immorali. Tra le possibili candidate: opinioni sessiste, razziste, omofobe; l’idea che il modo più appropriato di allevare un bambino comporti per forza l’annullamento della sua volontà o severe punizioni corporali; che gli anziani debbano essere soppressi dopo una certa età; che la pulizia etnica sia una soluzione politica legittima, e così via. Se pensiamo che tutto questo non sia etico, condanniamo non solo i potenziali atti che derivano da simili convinzioni, ma il loro stesso contenuto, l’atto di crederci, e dunque il soggetto credente

Articoli simili