In tempi recenti si è assistito all’emergere di un nuovo approccio allo studio delle malattie mentali chiamato Research Domain Criteria o RDoC (Insel, 2010), promosso in USA dal National Institute of Mental Health. Esso si costituisce come una rete di ricerca con lo scopo di integrare dati provenienti da diverse linee di studio (dalla genomica alle neuroimmagini, senza dimenticare la ricerca clinica in senso stretto) ed in tal modo di “comprendere meglio le dimensioni di base del funzionamento sottostante lo spettro completo dei comportamenti umani dal normale al patologico” (NIHM, RDoC). Questo approccio si propone, in lungo termine, di fornire degli elementi di precisa caratterizzazione fisiopatologica di quegli elementi clinici, notoriamente transnosografici, che caratterizzano le malattie mentali per come le conosciamo e classifichiamo oggi.

In tal senso l’attuale sistema nosografico, ovvero il DSM-5 (APA, 2013), non sarebbe che “un ponte” tra i precedenti sistemi (categoriali) e quelli venturi, i quali si proporranno di identificare, enucleandoli, elementi clinici transonografici che siano “sufficientemente” validati dalla conoscenza dei loro fondamenti fisiologici e fisiopatologici. Per quanto tale obiettivo appaia lontano ed il DSM-5 sia ancora molto più vicino ai precedenti sistemi di classificazione nosografica piuttosto che a quelli futuri, il progetto RDoC sembra porsi come il primo, concreto passo in tale direzione. La spinta in tale direzione si accompagna ad un’eccitazione immaginaria che nel mondo accademico é palpabile, e che mi sembra legata, piu’ che a fantasie scientiste su scoperte di schizococchi a venire, ad una (quantomeno in parte) genuina curiositá su “quel che verrá”. In fondo, anche Jacque Lacan affermava che la fantascienza va considerata una scienza seria. Il fatto è che, in questo caso, tali cambiamenti sono letteralmente all’orizzonte: se ne vedono, pur in controluce e sfumati, i contorni, e con la creazione degli RDoC si sta compiendo un passo importante in tale direzione. 

La prospettiva degli RDoC si basa su tre assunti: 

1)    Le malattie mentali sono malattie del sistema nervoso centrale. A differenza delle patologie neurologiche, che si caratterizzano solitamente per la presenza di lesioni identificabili di certe aree cerebrali, le malattie mentali possono essere considerate come perturbazioni, più o meno strutturali e transitorie, di intere “reti neurali”. La dialettica neurologia-psichiatria ha interpretato queste due diverse prospettive come separate, specialmente nel corso dell’ultima parte del Novecento. Queste prospettive sono anche state chiamate rispettivamente “segregationist” e “integrationist”. A partire dall’Ottocento la prima prospettiva ha del tutto prevalso (dall’ “area di Broca” alla sostanza nera della malattia di Parkinson), in parallelo ad un avanzamento delle conoscenze di fisiopatologia che ha riguardato specialmente la neurologia. Viceversa, la psichiatria è sembrata “in attesa” di un paradigma solido su cui fondarsi  e che le consentisse di affrontare la maggiore complessità dei suoi fenomeni d’interesse, rimanendo pertanto in balia di ogni moda passeggera. Dai primi anni duemila la prospettiva integrationist si è giovata dello sviluppo di tecniche sempre più raffinate di neuroimmagini, e più in generale di avanzamenti in modelli computazionali, che hanno consentito l’avvio dello studio dei “circuiti cerebrali”, complesse strutture con funzioni fisiologiche altamente flessibili e dinamiche. Quest’ultimo approccio vede il sistema nervoso centrale come un potente strumento di computazione, altamente flessibile e (neuro)plastico: una prospettiva che consente di affrontare la complessità della psicopatologia sul piano sia speculativo che sperimentale. In tale, specifica direzione si muove anche il cosiddetto Human Connectome Project, volto a delineare le specificità del “connettoma” umano e comprenderne i molti livelli organizzitivi (NIH, 2009).

2)    La prospettiva degli RDoC assume poi che le disfunzioni dei circuiti cerebrali possano essere identificate con strumenti a nostra disposizione, quali ad esempio l’elettrofisiologia e la risonanza magnetica funzionale.

3)    Viene assunto infine che l’integrazione di dati provenienti dalla genetica e dalle neuroscienze cliniche porteranno a identificare delle biosignatures, delle tracce biologiche altamente replicabili che aiuteranno la psichiatria nella gestione clinica, reale dei pazienti.

 

Nel contesto dell’approccio proposto dal progetto RDoC, lo studio delle reti neurali è supposto progredire in due possibili direzioni (Insel, 2010): “verso l’alto”, ovvero da anomalie nei circuiti neurali a variazioni cliniche rilevanti, e “verso il basso”, da anomalie nei circuiti neurali alle varianti genetiche e molecolari che sottostanno allo sviluppo e alle funzioni dei circuiti stessi. Le reti neurali, quindi, intese come un fenotipo intermedio situato tra molteplici fattori di vulnerabilità/protezione (genetici, ambientali precoci, relazionali, sociali) ed i comportamenti.

 

In tutto ciò, che spazio rimane per la “soggettività”?

Credo che pur nel suo fondarsi sui concetti di empirismo, verificazionismo e logica, il progetto RDoC e la psichiatria in generale debbano tenere conto dell’esperienza soggettiva, intesa come parte consistente ed ineludibile dell’analisi conoscitiva operata dallo psichiatra reale. Voler conciliare gli RDoC con l’esperienza soggettiva sembra essere un’operazione difficile, quasi come quella di voler conciliare filosofia analitica e filosofia continentale. Una possibile strada è pensare che esistano due diverse soggettività: 1) la soggettività come dato “soggettivamente esperito”, che sembra essere al di là delle possibilità del linguaggio e pertanto totalmente inaccessibile al discorso scientifico. Questa soggettività si avvicina al concetto di “qualia” (ovvero i “modi in cui ci sembrano le cose”) descritti dal filosofo Daniel Dennett (Dennett, 1988), che sarebbero ineffabili (relativi solo al soggeto che li esperisce), intrinseci (elementi semplici, non riducibili), privati (relativi solo al soggetto che li esperisce e quindi non paragonabili a quelli esperiti da altri) e apprensibili direttamente (esperienze immediate della coscienza). Questa “visione da dentro” sembra sfuggire in ogni modo ai tentativi di colonizzazione da parte della neuroscienza. 2) Soggettività come amalgama di affetti (dall’affetto di base dell’ “esserci” a sentimenti maggiormente complessi e, nel caso della nostra specie riportabili, in una certa misura, a mezzo del linguaggio. Come affermato da Solms e Panskeep (2012), “comprendere le funzioni cognitive superiori richiede strategie che investano anche un approccio neurofenomenologico. Il cervello umano ha la capacità di generare dei self-reports sui propri stati soggettivi interni, reportsche sono evidenze uniche sul’organizzazione della mente” (Solms & Panksepp, 2012).

In quest’ultima direzione si orienta la “neuropsicoanalisi”, o “metaneuropsicologia”, che nel rispetto del rigore metodologico dell’empirismo si propone di “comprendere la mente umana, specialmente nella misura in cui si parla di first-person experience” (Solms & Panksepp, 2012).

Forse non sarà possibile delineare in tabelle e grafici tutta la sfera della soggettività, ma in fondo nessuno sano di mente ambirebbe a tale risultato. Viceversa, sostanziare il nostro lavoro clinico con elementi transnosografici che siano scientificamente validi (riproducibili, prevedibili), come anche dettagliare i meccanismi con cui si sviluppano e deperiscono le reti neurali che sostengono lo sperimentare soggettivo di certi affetti, sembrano oggi obiettivi sostenibili.

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